Il pregiudizio “in vivo veritas”: la validità a priori dei test animali

La convinzione a priori che il modello animale “in vivo” sia rilevante per l’uomo e sia il modello migliore di cui attualmente disponiamo (“in vivo veritas,”), è molto radicata, quanto infondata.

There is a tendency to believe a priori in the relevance of animal models (“in vivo veritas”), further augmented by the desire to come to a definitive conclusion (following economic or publication pressure). Believing is most probably the most non-scientific approach (Hartung 2013).

Mentre per le metodologie in vitro esiste una rigida politica della validazione, non si può dire altrettanto per i modelli animali, la cui validità in termini di rilevanza, valore predittivo, riproducibiltà, non è mai stata valuatata in modo così approfondito.
La validità dei modelli animali si basa essenzialmente su criteri di “similitudine” tra l’uomo e l’organismo modello e sul fatto che esistono dei processi conservati durante l’evoluzione. Non esistono veri e propri studi di validazione dei modelli animali (Varga et al. 2010), tranne qualche caso isolato (vedi ad es. LLN-assay, Rovida 2012). I dati e le revisioni sistematiche che abbiamo a disposizione sono semmai in netto contrasto con l’assunzione “in vivo veritas” (Bailey et al. 2014, Leist & Hartung 2013).

La convinzione a priori  che i modelli animali siano rilevanti, ampiamente diffusa,  può essere considerata la madre di moltissimi, se non tutti i pregiudizi riguardanti la s.a. e le alternative.

Una delle conseguenze del mito “in vivo veritas” è che il modello animale viene considerato il gold standard;  ciò significa che è il metro di paragone su cui validare tutti gli altri modelli, compresi quelli basati sulla biologia umana. Le conseguenze di una simile forma mentis  potrebbero essere particolarmente deleterie: ad esempio dei test potenzialmente rilevanti per l’uomo potrebbero essere scartati soltanto per aver  dato risultati differenti da quelli forniti dal modello animale. Viceversa, potrebbero essere approvati dei test scarsamente rilevanti per l’uomo, solo perché i risultati ottenuti sono concordanti con quelli ottenuti sugli animali. In tal modo si rischia di validare soltanto test “rodent relevant” che di fatto saranno utili soltanto a predire le risposte dei roditori, che potrebbero essere diverse da quelle dell’uomo.

In conclusione, sebbene il pregiudizio che i test su animali siano intrinsecamente validi, solo perchè sono test su animali, è infondata. Non vi è infatti  alcuna ragione giustificabile per sottoporre tali test a procedure che siano meno rigorose di quelle applicate ai metodi alternativi (Balls 2004).

Riferimenti bibliografici

  • Hartung T. Food for thought… on animal tests. ALTEX. 2008;25(1):3-16.
  • Bailey J, Thew M, Balls M. An analysis of the use of animal models in predicting human toxicology and drug safety. Altern Lab Anim. 2014 Jun;42(3):181-99.
  • Leist M, Hartung T.  Inflammatory findings on species extrapolations: humans are definitely no 70-kg mice.ALTEX. 2013;30(2):227-30.
  • Varga OE, Hansen AK, Sandøe P, Olsson IA. Validating animal models for preclinical research: a scientific and ethical discussion. Altern Lab Anim. 2010 Jun;38(3):245-8.
  • Rovida C, Ryan C, Cinelli S, Basketter D, Dearman R, Kimber I. The local lymph node assay (LLNA). Curr Protoc Toxicol. 2012 Feb
  • Balls M., Are animal tests inherently valid? ATLA: Alternatives to Laboratory Animals, 32(Suppl. 1B), 755–758.